mercoledì, 02 dicembre 2009

Le due ragazze stavano sedute sul prato una di fronte all’altra, mentre parlavano fittamente e sottovoce.

Rachid avrebbe voluto parlare di quell’amore verso un ragazzo francese così lontano e differente dal suo mondo, che era composto solo di casa e di ubbidiente sottomissione. Se avesse tentato di rompere quell’omertoso silenzio coi genitori, sapeva che forse avrebbe perso quella piccola frattura da dove ogni giorno fuggiva per vivere una vita diversa.

“No! Non posso perdere i contatti con un mondo tanto dissimile da quello nel quale sono racchiusa” si diceva ferma e testarda, perché l’ostinata determinazione a conseguire la laurea in letteratura francese e spiccare il volo verso l’insegnamento universitario era troppo forte per rischiare la scomparsa dei suoi sogni.

“Devo convincere Farida che dopo la laurea non posso più stare chiusa fra le mura di casa. Ma Mio padre, Kaddour, accetterà di perdere il suo potere su di me?” era l’altra domanda carica di angoscia che si ripeteva tutti i giorni come un mantra ricco di sfumature sconosciute.

L’amore era sbocciato sul treno che tutti i giorni la trasportava da Sevran verso la Sorbonne, ma doveva rimanere nascosto, occulto tra le pieghe della sua mente.

Le sembrava strano che nel duemila due giovani dovessero ancora nascondere quello che il loro cuore diceva chiaramente per non incappare sotto la scure dell’emarginazione.

Claude viveva nella periferia di Parigi servita dalla linea B che riportava a casa Rachid tutte le sere. Viveva in un mondo dove l’ostilità verso gli emigranti delle ex colonie africane era palpabile come una statua del Louvre. Però lui si sentiva diverso, percependo quella cappa di odio come una gabbia senza potere gridare a squarciagola la sua protesta.

Aveva notato quella ragazza dai tratti inconfondibili, riservata e schiva, sempre sola sul treno che lo riportava nel suo ghetto di Saint-Denis, mentre lei scendeva per prendere la linea verso Sevran.

Odiava quel posto, odiava quei compagni sempre pronti a menare le mani, a compiere azioni punitive verso i coetanei dal viso olivastro e capelli crespi. Sperava di finire presto il Politecnico e fuggire altrove, ma adesso doveva rimanere lì a fingere di essere d’accordo con gli altri per non restare tagliato fuori.

L’aveva vista di sfuggita verso novembre dell’anno precedente per poi perderla di vista e dimenticarla lentamente finché non l’incrociò di nuovo nel maggio seguente.

Subito si scambiarono timidi sguardi come cuccioli smarriti nella grande città, ma nessuno dei due osava cominciare un dialogo.

Accade quello che avevano sognato di urtarsi a vicenda, di chiedersi scusa e scambiarsi i numeri di telefono.

E cominciarono i primi dialoghi appena sussurrati, le occhiate piene di tenerezza, lo sfiorarsi pudico dei corpi. Era uno strano balletto ricco di messaggi nascosti, ma entrambi avevano il terrore che qualcuno potesse vederli in una intimità più accentuata. Questo non doveva accadere.

Adesso Rachid voleva parlarne con l’unica persona che avrebbe capito le sue sensazioni, ma non riusciva a trovare il giusto momento per svelare il suo segreto.

“Non ti ho vista mai parlare con un compagno di corso” le chiese cambiando bruscamente discorso “Hai forse il ragazzo in America?”

“Il ragazzo?” rispose Lucy guardandola divertita “Il ragazzo? No!. Sono single e il mio cuore è solitario. Al momento gli uomini sono banditi come alieni. Tu, piuttosto, come sei messa?”

Rachid comprese che poteva iniziare a parlare di lei, di Claude, di tutti i problemi connessi alle differenze culturali e religiose.

Non era facile superare quel muro di Berlino che la separava dal resto del mondo. Quello reale era caduto fragorosamente nel 1989, ma questo virtuale era inviolabile e resisteva imperterrito a tutti gli attacchi.

Lei si sentiva francese ma la Francia sembrava negarsi perché doveva superare tanti pregiudizi.

Però era in casa che le pesava di più la sua condizione di donna, perché suo padre era rimasto fedele alle tradizioni nonostante fosse emigrato da oltre trent’anni. Lui sognava di ritornare ad Algeri a godersi il meritato riposo dopo tanto lavorare e tante ingiustizie patite. Questa prospettiva l’atterriva e le toglieva il sonno.

“Ho conosciuto Claude, un ragazzo francese” cominciò così la sua confessione “Però ci divide la religione, lui è cattolico, io mussulmana, le tradizioni, le famiglie…”.

“Ne sei innamorata?” le chiese Lucy interrompendola.

“Ma forse ho usato la parola sbagliata. Sei attratta da lui o è solo simpatia?” aggiunse consapevole di avere violato la privacy.

“Non so. Non riesco a decifrare dentro di me le sensazioni” riprese Rachid diventando rossa in viso “E’ la prima volta che percepisco emozioni per un uomo. Finora li ho visti solo di sfuggita, come pioggia che scivola leggera sulla pelle. Quindi non so come definire il sentimento che provo”.

Lucy la osservò come si poteva guardare una persona diversa da sé, ma meritevole di attenzione.

“Uhm!” mugugnò senza riuscire a trovare le parole che si erano inceppate nella bocca.

“Ben strano è il quesito da risolvere.” proseguì percependo il silenzio di Rachid come lo stimolo a continuare a parlare.

“Ti senti attratta da un uomo che conosci superficialmente o quanto meno lo conosci in termini vaghi. Però percepisci che qualcosa si sta modificando dentro di te. Forse vedi in Claude un modo di evadere dal tuo mondo e da qui la molla che ha fatto scattare l’innamoramento”.

Lucy trasse un profondo respiro prima di proseguire.

“Senza ombre di dubbio le tue paure per le diversità hanno un fondamento concreto che non devi sottovalutare. Mi ricordano tanto gli amori tra un bianco e una nera in America, dove apparentemente non si sono disapprovazioni od opposizioni manifeste, ma poi nel reale finiscono con l’essere emarginati da entrambe le comunità”.

Rachid annuiva ascoltando le parole di Lucy, perché erano proprio queste incertezze a frenarla, ma comprendeva anche che i suoi sentimenti verso Claude travalicavano il semplice stimolo di evasione da un mondo chiuso e tetragono alle novità.

Il sole cominciava a declinare ed era il momento di avviarsi verso Sevran.

Ci sarebbe stata un’altra occasione per discutere più a fondo della questione, perché il ghiaccio era stato rotto.

La prossima volta non avrebbe avuto la necessità di partire da lontano, ma poteva affrontare il discorso direttamente.

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mercoledì, 25 novembre 2009

“Perché te lo chiedo?” riprese Sally, come se all’improvviso avesse riacquistato il dono della parola “Perché me lo sono domandata da quando siamo partiti. Però non ho trovato una risposta che riusciva a soddisfare le mie ansie”.

Jean rimase in silenzio per qualche secondo come per riordinare le idee prima di ricominciare a parlare.

“Lo sai “iniziò cauto come se dovesse evitare le mine nascoste da un misterioso nemico “Lo sai che non riesco a trovare una definizione che rispecchi il mio modo di pensare”.

Jean non voleva distrarsi troppo nella guida, perché non doveva sbagliare strada se aveva intenzione di recarsi alla reggia di Versailles. Però la domanda richiedeva una risposta non troppo vaga, né inconcludente, perché l’argomento era stimolante e ricco di molte sfumature.

“Tu mi chiedi cosa rappresenta per me l’amore, ma non ho udito quello che ne pensi tu. Forse sei confusa quanto me?” le chiese con tono gentile e pacato per mostrare che era una buona base di partenza per un lungo discorso.

Sally scoppiò in una fragorosa risata, cosa del tutto insolita in lei sempre compassata e tetragona alle facili esplosioni di gioia.

“Sì!” rispose sorridente “Mi hai colta con le mani nella marmellata! Ero convinta di conoscere la ricetta giusta, la definizione appropriata. Però ora mi accorgo che non so da dove cominciare. Mi sento impacciata, incapace nel trovare il bandolo della matassa. Mi sembra tutto aggrovigliato, difficile da districare. Quindi volevo confrontarmi con te, ma siamo alla pari”.

Finito il lungo discorso, respirò profondamente come se fosse riuscita a sgravarsi di un segreto custodito gelosamente per molto tempo.

Jean rimase in silenzio mentre percorreva la route de Versailles per raggiungere l’ampio parcheggio prospiciente il Château, come veniva chiamato familiarmente dai parigini.

“La tua domanda merita una risposta esauriente” rispose mentre parcheggiava la macchina “ e quando saremo al Grand Lac  seduti ad ammirare le ninfee che iniziano a fiorire ti dirò cosa rappresenta per me l’amore. Adesso mettiamoci in fila per entrare”.

 

Lucy era immersa nelle note de The Doors, quando percepì un suono insistente, come se fosse remoto, lontano, in un altro mondo. Era il suo telefono che squillava per richiamare la sua attenzione.

Si riscosse e guardò il display “Rachid”.

“Cosa vorrà” si domandò mentre rispondeva “Pronto”.

“Ciao, sono Rachid!”

“Ciao” rispose un po’ freddamente.

“Sono ai Jardin du Luxembourg! Mi raggiungi? Oppure non puoi?”

“Uhm!” mugugnò guardandosi intorno “Sto leggendo Madame Bovary e non pensavo di uscire oggi. Quindi non sono pronta per raggiungerti in fretta. Diciamo che posso essere lì non prima di un’ora, un’ora e mezzo. Non è troppo tardi per te?”

“No!” rispose con tono entusiastico “Allora ti aspetto!”

“Va bene. Cercherò di fare prima possibile” disse non troppo convinta mentre chiudeva la conversazione.

Di malavoglia Lucy si alzò dalla comoda poltroncina, stiracchiandosi come una gatta dopo avere ronfato beatamente per diverse ore.

Si era sommariamente lavata di buon ora e poi si era messa comoda, perché non era sua intenzione di mettere il naso fuori dalla porta, ma di starsene tranquilla con la lettura di Flaubert. Nella giornata odierna aveva tutta la casa a sua disposizione senza timore di vedere comparire Jean con Sally.

Adesso lo scenario era mutato senza che lei avesse avuto la forza di rispondere “No, grazie. Preferisco starmene in casa”.

Guardò l’orologio che segnavano le quattordici e quindi doveva sbrigarsi se voleva raggiungere Rachid nei tempi prestabiliti. Però non aveva mangiato nulla da quando aveva fatto colazione con caffè e croissant caldi ed adesso sentiva che lo stomaco reclamava quanto gli spettava.

“Se mi preparo qualcosa di caldo, non esco più. Chissà se c’è qualcosa in frigo da mettere sotto i denti velocemente” si domandava mentre esaminava nell’armadio quello che doveva indossare. Cercava qualcosa di comodo e casual, ma al tempo stesso sufficientemente elegante, perché non amava vestirsi in maniera disordinata accostando colori e capi a caso.

Mentre i resti di una baguette del giorno prima si doravano nel microonde, scelse una camicetta azzurra di lino e un paio di jeans sbiaditi con comode scarpe basse.

Sui tocchetti di baguette croccanti e dorati spalmò del morbido Camerbert de Normandie, accompagnati da un calice di Chablis Grand Cru fresco e ricco di aroma, mentre tentava di allacciare i bottoni facendo attenzione a non macchiarsi.

“Accidenti!” imprecò mentre pezzetti di formaggio e qualche goccia di vino rovinavano maliziosi ed impertinenti sulla camicia “Ora devo cercare qualcos’altro e si fa tardi”.

Adesso il suo umore era cambiato, perché il pensiero di passare il resto del pomeriggio su Flaubert l’aveva resa ansiosa di uscire e stare all’aria aperta.

Quindi ogni contrattempo la infastidivano come il cambio di camicetta.

Uscì con qualche pezzo di baguette in mano, avviandosi all’ingresso del metrò della Bastille per prendere la linea 1.

“Ciao!” disse abbracciando con calore Rachid “La tua telefonata mi ha salvata!” e si sistemarono sul prato.

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sabato, 21 novembre 2009

Lucy l’aveva sentito uscire di buon mattino senza sapere dove andasse e rimase per un attimo perplessa.

“Perché mi dovrei preoccupare dove va Jean” si disse quando udì la porta di casa chiudersi con fragore nel silenzio ovattato dell’appartamento.

“Non è il mio compagno, quindi è libero di andare dove vuole” e alzò le spalle come per riaffermare la sua indifferenza alle uscita di Jean.

“Oggi me ne starò tranquilla nella mia camera, ascoltando qualche CD e leggendo Madame Bovary di Flaubert”.

Aveva deciso di affiancare a Baudelaire anche questo scrittore che conosceva bene nella versione inglese per averlo letto più volte in precedenza.

“Il romanzo è importantissimo perché segna una frattura tra lo scrivere ottocentesco e quello moderno. Ma va letto con occhi diversi, perché si può disquisire per giorni sul fatto che non tutti i romanzi più antichi di un secolo, soffrano del loro linguaggio e delle situazioni arcaiche. Però per Madame Bovary val la pena di fare uno sforzo e di immedesimarsi nelle intenzioni di Flaubert, nella mentalità di un'epoca, e sopratutto nel modo di scrivere del suo tempo”.

Aveva letto tempo addietro il bellissimo saggio “Lezioni di letteratura” di Nabokov che affermava: “Non si dovrebbe leggere Madame Bovary per imparare qualcosa su usi e costumi della Francia dell'ottocento. Cioè non va letto come un saggio ma per quel che è in realtà ovvero un romanzo. Ma occorrono occhi pronti a fare un viaggio nel passato - il passato di Flaubert”.

Così aveva appreso dal papà di Lolita come si decostruiva ed analizzava un romanzo, spolpandolo, estraendo e mettendo in evidenza la struttura, i trucchi, il lavorio dello scrittore, che rappresentavano la vera essenza del lavoro. Adesso lei leggeva Madama Bovary con questi occhi, annotando che l’eroina del romanzo più che una denuncia verso un mondo maschilista ed ipocrita aveva rappresentato per tutti quelli, che avevano scritto dopo Flaubert, come si costruiva un romanzo moderno. E doveva riconoscere la sua modernità, perché ancora adesso scrivevano come lui.

“Effettivamente leggere un classico fuori dal contesto è molto riduttivo e non permette di comprenderne tutte le sfumature. E' giusto prepararsi con lo spirito giusto ad approfondire lo studio dell'opera, per dare quel valore aggiunto indispensabile alla sua comprensione piena”.

Percepiva che questo modo di approcciare il testo le sarebbe risultato molto utile durante la discussione all’esame, perché avrebbe consentito di scendere in profondità sul messaggio che l’autore aveva veicolato con il suo testo.

E si immerse nella lettura dimenticando che le ore passavano e che il sole era alto e luminoso, mentre lei continuava ad annotare sulla moleskine tutti i punti più salienti dell’opera.

 

La rossa Peugeot percorreva sicura la strada in silenzio come Jean e Sally, levando un sordo ronzio appena percettibile nell’abitacolo.

Lui aveva più volte tentato di avviare una minuscola conversazione, ma le risposte a monosillabi di lei l’avevano convinto a ripiegare sul silenzio dei suoi pensieri.

Il dialogo a spizzichi e bocconi era vissuto come l’intermittenza delle luminarie di Natale: ora si accendevano ora si spegnevano senza termini prestabiliti in modo caotico e frustrante.  Quindi era meglio tacere, spegnere del tutto le luci e restare al buio a meditare.

Aveva compreso troppo tardi che Sally non aveva nessuna intenzione di uscire di casa, ma era stata più forte di lui l’intenzione di stare all’aria aperta. Aveva avvertito la necessità di libertà e di spaziare libero come l’albatros che volava sulle distese verdi e rumorose dell’oceano senza punti di riferimento certi.

“Oggi” si ripeteva monotonamente per giustificare se stesso e la sua non voglia di stare rinchiuso fra quattro mura “Oggi lei avrebbe voluto trascorrere la giornata nell’intimità della camera da letto, ma non mi sentivo attratto da coccole e sesso. Lo spirito aveva necessità di rumori, di verde, di aria e di profumi di fiori”.

Sally immusonita, raccolta e taciturna sul sedile di pelle scura della 308 che proseguiva la sua marcia senza sussulti, si stava interrogando senza trovare le risposte che voleva sentirsi dire su cosa cercava in un uomo.

“Cosa cerco in un uomo? La bellezza? No! Però..” e la mente taceva perché non aveva ben chiaro cosa rappresentava per lei l’uomo ideale.

Idee confuse ballavano sfacciate sul maxischermo che i pensieri avevano creato per Sally, mentre lei non riusciva a riportarli nell’ordine corretto, perché si facevano beffe dei suo sforzi.

“No! La bellezza non porta felicità mentre io la cerco invano. Nemmeno la ricchezza materiale mi rende serena e felice. Dunque cosa deve possedere questo uomo mitico e mitizzato dalla mia immaginazione?” e guardava il profilo di Jean, che apparentemente sembrava rilassato e privo di stimoli visivi.

“Però devo cominciare a chiedermi su cosa sto riflettendo. Mi sento confusa, inquieta e non sento quello che vorrei ascoltare. Forse sto cercando qualcosa che non esiste”.

E Sally all’improvviso chiese a Jean: “Cos’è per te l’amore?”

La macchina ebbe uno scarto come se la domanda l’avesse colta alla sprovvista, rimanendo incerta se rispondere o tacere.

“Perché me lo domandi” le chiese Jean sorpreso, distraendosi per un attimo dalla guida.

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domenica, 15 novembre 2009

Era la prima domenica di giugno e c’era un tepore che invogliava a fuggire dalla città, quando Jean immerso nel traffico domenicale di Parigi stava percorrendo Boulevard Voltaire per recarsi da Sally nelle vicinanze del Eglise Saint Eustache de Paris.

Le poche automobili stanche ed annoiate per la bella mattina soleggiata lo invitavano a procedere ad andatura modesta ed a riflettere sul rapporto con Sally.

Erano passati poco più di due mesi da quando l’aveva conosciuta ed era stato preso dal vortice dell’innamoramento senza che questo volgesse verso l’amore vero.

“SI, la passione c’è” diceva ad alta voce, mentre ascoltava un CD di Edith Piaf, La vie en rose “E’ una donna dal carattere forte e debole, che ama dirigere la sua vita, ma accetta anche l’indicazione della strada da parte del suo compagno. Fin da subito ho trovato sintonia sia fisica sia psicologica. Ma ora mi accorgo che è gelosa e possessiva. Non ama che qualcun’altra divida con me qualsiasi aspetto della mia vita. Mi domando se questo aspetto può andare bene”.

E mentre tentava di formulare la risposta alla domanda cominciò a canticchiare il motivetto de La vie en rose.

On n'a pas d'argent ou on n'a pas le temps,

on a besoin de quelque chose.

On n'a pas envie et puis on change d'avis.

Pour voir la vie en rose,

je n'ai pas besoin de grand'chose,

Faut simplement que...

 

Jean scosse il capo in segno di diniego, perché questa situazione, nella quale stava scivolando senza opporre resistenza, non era esattamente il disegno che aveva mappato nella testa.

Percepiva di essere un egoista, di non sapere offrire in dono la sua essenza, di soddisfare solo le sue pulsioni e presto avrebbe avvertito che il rapporto con Sally non era quello gradito.

“Ma cosa cerco in una donna?” replicò irato e scontento “Solo passione che travolge i sensi o la compagna con la quale condividere la mia esistenza? A volte mi sembra di essere un eterno fanciullo, che vede nel sesso femminile la madre che mi culla e mi protegge”.

Un suono acuto e prepotente lo riscosse dal turbine di pensieri che lo avevano assalito da quando era uscito di casa.

Si guardò smarrito intorno e vide il semaforo che gli dava via libera, mentre con una mano accennava ad una scusa verso chi stava dietro di lui.

Ripartì velocemente, mentre affiorava dal prato della mente il viso di Lucy, che aveva cancellato o relegato in un angolino buio.

“Si, sono stato scortese con lei” ammise con umiltà ed un pizzico di vergogna “In effetti lei è sempre stata discreta ed educata nel muoversi per casa senza chiedere nulla o pretendere delle attenzioni da parte mia. Mi sono lasciato condizionare da Sally, decidendo di ignorarla. Ma la passione per lei ha accecato la mia vista”.

Adesso Eglise de Saint Eustache si ergeva in tutta la sua imponenza mentre imboccava rue Montorgueil dove al numero 10 abitava Sally. Era uno splendido appartamento posto sotto il tetto dal quale si potevano ammirare le splendide linee gotiche della chiesa e gli antichi mercati parigini, les Halles, che avevano perso l’antico fascino sostituito da un moderno complesso commerciale più anonimo e meno ricco di storie.

L’appartamento non troppo grande, adatto alla vita da single di Sally, era caldo e confortevole ed era contrassegnato in ogni punto dal gusto della padrona di casa. La cucina raccolta attorno all’isola di cottura offriva un senso di protezione che mancava all’omologa di Jean, spaziosa, luminosa e convenzionale. Il salotto arredato con poltroncine in stile impero era ovattato e discreto, consentendo attraverso l’ampia finestra vetrata di spaziare con la vista sulla chiesa e sui marmi bianchi de les Halles. La comoda camera da letto fascinosa per il calore che emanava aveva una cabina armadio ed il bagno personale che avvolgeva in un’atmosfera ricca di suggestioni Jean ogni volta che trascorreva con Sally la notte con lei.

Parcheggiato senza difficoltà il Peugeot 308, poiché molti parigini avevano preferito abbandonare il caos della metropoli, suonò al videocitofono di Sally.

“Sali” udì una voce un po’ distorta dalla scarsa qualità dell’altoparlante.

“Ciao” disse Jean mentre l’abbracciava sulla porta di casa posando le labbra su quelle morbide di lei.

Sally era avvolta in una frusciante vestaglia di seta color cremisi, che maliziosamente lasciava intravvedere i minuscoli seni e ampie porzioni del ventre piatto e vellutato.

“Sei splendida” aggiunse osservandola con l’occhio pieno di voglia e di passione “Oggi ho voglia di stare in mezzo al verde, sdraiarmi su un prato. Versailles sarebbe la meta ottimale”.

Sally, che aveva in mente una diversa gestione della giornata, abbozzò senza farlo notare troppo e replicò: “ Dammi dieci minuti e sarò pronta” e si diresse nervosamente verso la camera da letto.

“Sul fuoco” disse mentre la vestaglia svolazzava senza nascondere più nulla “Sul fuoco c’è il caffè ancora caldo. Le tazze sai dove stanno e sul bancone ci sono croissant alla marmellata ancora fragranti di forno”.

E Jean sentì la porta della camera sbattere.

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domenica, 08 novembre 2009

La stanza era avvolta nel buio interrotto da una luce bianca che illuminava la scrivania di rovere antico, mentre in sottofondo si ascoltavano le note violente di “Riders on the storm” dei mitici The Doors dei primi anni settanta. La musica inondava la camera senza oltrepassare i muri, perché non voleva disturbare vicini e Jean.

Il CD era la versione digitalizzata di un prezioso vinile “LA Women” che conservava gelosamente a Syracuse ed era sempre con lei, perché, quando ascoltava la voce di Jim Morrison, rimaneva in religioso silenzioso rapita dai suoni e dalle parole della band preferita.

Era passata dalla casa dove il suo artista preferito era stato trovato morto in Rue Beautrellis, 7, osservandola dall’esterno, e si era ripromessa, prima di ripartire per gli States, di passare dal cimitero Pére Lachaise, dove era sepolto. Però questa visita la rimandava pigramente giorno dopo giorno

Lucy appoggiava il viso sulle palme aperte a coppa, mentre ascoltava la musica senza che la mente spaziasse altrove.

Era rientrata dopo la lunga giornata di studio in biblioteca, perché era molto in arretrato col programma, mentre i giorni degli esami si avvicinavano a rapide falcate.

L’irruzione di Sally aveva sconvolto la sua esistenza e scombussolato la pigra programmazione delle giornate. Si era ritrovata a passare troppo tempo fuori dalla sua camera tra un bistrot e un caffè in Saint Germain o la Sorbonne, rubando tempo allo studio.

Adesso doveva accelerare se voleva prendere un voto eccellente tra poco più di un mese, ma la vicinanza di Rachid l’aveva ulteriormente distolta.

Quando era tornata a metà pomeriggio si era imposta di leggere tutto di Baudelaire e le pagine de “Fleurs du Mal”, perché aveva pensato di eseguire una tesina per l’esame di letteratura francese su questo poeta maledetto, che tanto l’aveva affascinata.

Però ora si ritrovava ad ascoltare Jim Morrison e le sue canzoni per annegare le sue voglie di ingaggiare una guerra su Jean con Sally.

Qualche giorno prima si era ritrovata risoluta a combattere con l’altra, così si riferiva a Sally quando doveva nominarla, sullo stesso terreno del sesso, ma una volta arrivata a casa tutti i propositi erano evaporati in bolle iridescenti di sapone, che ondeggiavano nell’aria prima del puf! finale.

La vicinanza di Rachid le dava quella feroce determinazione che animava l’amica, ma poi prevaleva la natura calma e pratica facendo svanire ogni proponimento.

“Perché dovrei gettarmi tra le braccia di Jean?” si ripeteva spesso, mentre sdraiata sul letto aspettava che il sonno la venisse a rapire “Non so se mi piace. Non sento nessuno stimolo verso di lui, ma solo ammirazione per come si destreggia in casa come un impeccabile gentiluomo di una volta”. E poi lentamente scivolava in un sonno profondo senza sogni.

Adesso era senza pensieri, leggera come una piuma con le poesie di Baudelaire che danzavano veloci nella mente, ma sfumavano senza lasciare traccia.

“Devo concentrarmi e non pensare più all’altra e a Jean” ripeteva ad alta voce per ritrovare il filo del discorso interrotto dalla musica de The Doors.

“Devi pensare a te, a quello che vuoi e dove vuoi arrivare senza perderti in discorsi inutili e vacui. Se vuoi raggiungere il dottorato devi pensare all’esame che tra quaranta giorni deciderà le tue sorti future. Poi sei libera mentalmente di decidere se vuoi realmente Jean oppure se è solo un capriccio per fare un dispetto all’altra” così Lucy parlava all’altra metà del suo corpo come se si fosse sdoppiata in due.

Spronata da questi pensieri si gettò vorace sulle quelle poesie maledette che sembravano il compagno di viaggio più adatto ai suoi pensieri.

Il tempo volava e la lettura diventava facile, mentre il suo corpo si isolava in una campana di vetro refrattario ai suoni e rumori.

Non udì il rientro di Jean, né la sua voce che la chiamava finché non bussò alla porta della camera.

“Non hai preparato nulla” disse stupito facendo capolino dalla piccola fessura aperta “Ah! Sei immersa nello studio. Non desidero disturbare la tua concentrazione. Io esco” e richiuse la porta.

Avrebbe voluto rincorrerlo ed abbracciarlo perché si fermasse con lei, ma le gambe disobbedirono ai comandi della mente. Così rimase immobile osservando la porta chiusa.

“Accidenti! Sono rimasta sola e senza nulla da mangiare per cena” si disse per nulla stizzita e riprese la lettura interrotta.

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lunedì, 02 novembre 2009

Sally stava meditando sul rapporto con Jean, non perché andasse male, ma perché c’era un aspetto sul quale lui glissava le domande come un anguilla tra le mani.

Era la strana familiarità con l’americana, quella Lucy, che viveva con lui in un connubio opaco, come un vetro appannato dal vapore, che le procurava fastidio.

Lui aveva sempre spergiurato di non averla nemmeno sfiorata con un dito, che l’americana, come la chiamava lei, aveva effettuato uno scambio di favori vitto ed alloggio contro il governare la casa e preparare i pasti.

Secondo Jean era equo e senza secondi fini od occulti obiettivi.

“Di lei” aveva ripetuto più volte “non mi sono mai accorto che fosse carina e affascinate prima che tu me la facessi notare”.

“Sono io” si diceva sconsolata ed arrabbiata “ che ho scoperchiato il vaso di Pandora!” e la rabbia e il nervosismo diventava palese sul viso e nelle mani che tormentavano la penna stilografica.

Era nel suo ufficio mentre faceva queste considerazioni dopo essersi imposta per molti giorni di non pensarci più. Però nonostante fosse rigorosa ed attenta nelle sue decisioni, oggi non era riuscita nel reprimere l’affiorare di questi pensieri.

Più aveva tentato di ricacciarli in gola, di confinarli nell’angolo più remoto della mente, più questi diventavano prepotenti ed incalzanti, mentre la concentrazione su altri temi era sempre più labile.

Come tutte le mattine alle otto in punto aveva raggiunto il suo ufficio che guardava sui Champs-Elysèes verso Arc de Triomphe. La vista era magnifica dalla grande finestra del quarto piano che permetteva di osservare l’incessante movimento di macchine e pedoni che freneticamente giravano attorno al grande monumento.

Quella mattina, quando tutti pensieri su Lucy erano esplosi come una bomba ad orologeria in mille rivoli non più trattenuti dalla sua volontà, stava in piedi accanto la grande finestra, perché era incapace di restare seduta alla scrivania.

Il primo impulso era stato quello di prendere il telefono per chiamare Jean.

“Cosa gli dovrei dire” si interrogava mentre le mani trastullavano lo smartphone incapaci di restare ferme “Corri qui? Non ti voglio più vedere? Caccia Lucy o mi perderai per sempre? Sarei patetica e da compatire”.

Passato quell’impulso immotivato di telefonare, adesso la mente rifletteva sui motivi della sua gelosia verso una donna, che apparentemente non era neppure una probabile antagonista nella conquista di Jean o almeno questa era l’apparenza che era visibile esteriormente.

Il primo ricordo dei tanti, che riaffioravano dalle tenebre dell’oblio nel quale li aveva confinati, era stata la sensazione di disagio e piacere che l’aveva pervasa quando Lucy l’aveva spogliata con una delicatezza ed una sensualità inusuale.

“Che abbia ragione Jean, quando afferma che tra loro non è mai scoccato nulla?” si diceva, mentre gli occhi si soffermavano sulla grande Avenue senza memorizzare le immagini.

“Se a Lucy piacevano le donne, di certo non avrebbe rivolto lo sguardo su Jean” ripeteva mentalmente per affondare l’idea della gelosia “Ma se fosse un perfido trucco per distrarre la mia attenzione dalle sue reali intenzioni? Sarebbe una crudeltà senza limiti”.

Però quelle sensazioni, che zampillavano leggere e lievi dalla mente, non erano morte o scomparse ma galleggiavano nel sottofondo di una musicalità che la faceva sentire piacevolmente soddisfatta.

“Dunque è Lucy con le sue mani. che sfiorano la mia pelle, che mi rende inquieta e nervosa” e con la fronte appoggiata al vetro ritornava al quel mattino infame di aprile, quando per la prima volta l’aveva incrociata.

Adesso aveva più chiarezza dentro di sé e sapeva quale era la prossima mossa da intraprendere.

Più calma e rilassata tornò alle occupazioni abituali.

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martedì, 20 ottobre 2009

Il rapporto con Sally stava diventando sempre più saldo, mentre Jean dimenticava progressivamente il volto di Lucy, che tornava ad essere un fantasma.

Lui aveva un solo rammarico perché era sempre in trasferta a giocare, mentre avrebbe desiderato che i loro incontri si svolgessero a casa sua.

“A casa tua” gli disse seccata e irritata più di una volta “non vengo finché c’è quella donna”.

A Jean non rimase altra scelta: quella di frequentarsi a casa di Sally oppure passare il weekend lontano da Parigi.

Dire a Lucy di fare fagotto era l’ultimo dei suoi pensieri anche perché tra pochi mesi avrebbe levato il disturbo spontaneamente. Conosceva vagamente le intenzioni di seguire un nuovo corso di letteratura francese il prossimo anno e quindi avrebbe ricevuto con molte probabilità la proposta di ripetere lo scambio. A questa eventualità ci avrebbe pensato quando si sarebbe verificata, mentre adesso sarebbe stato prematuro scervellarsi su qualcosa che era lontana nel tempo.

D’altra parte lei era senza dubbio una donna piena di fascino, discreta ed intelligente, che aveva tenuto sempre un basso profilo mentre era rimasta sempre ai margini della sua vita senza tentare l’operazione di irrompervi dentro.

In certi momenti Sally era un peso opprimente e tentacolare con la sensazione di possesso che trasmetteva, ma sapeva essere anche dolce e passionale, mentre donava tutta se stessa a lui.

Quel corpo minuto che dava l’idea di fragilità come un raro cristallo prezioso possedeva dentro una forza ed un calore da assomigliare ad un vulcano che emetteva in continuazione lava e tremolii.

Erano questi aspetti a volte contrastanti, a volte indisponenti la vitalità che Jean assaporava con maggiore gusto nella relazione con Sally.

Ogni tanto faceva capolino la figura di Lucy, che lui ricacciava nelle tenebre della mente, perché c’era qualcosa di misterioso, che si era imposto di non conoscere, in quella figura di donna.

Non sapeva nulla di lei, ma era come se lui la conoscesse in ogni più recondito recesso, anche se era ben conscio con stava ingannando se stesso, perché non era vero.

Una notte fece uno strano sogno che lo lasciò perplesso.

Le due donne furono lì, all’improvviso. Erano comparse dal nulla con indosso i loro vestiti: pantaloni e bluse, gonne e maglioncini.

Gli era sembrato che fossero spuntate dal bianco sporco di una nebbia mattutina, che aveva deformato le immagini. Erano apparse come se avessero infranto la superficie della sua mente e si erano mostrate in tutta la loro bellezza e il loro fascino.

Lui era in una camera oscura debolmente illuminata da una lampada rosso sfocato, mentre si domandava cosa ci faceva lì, perché era la negazione personificata nella fotografia.

Jean doveva soltanto inclinare la bacinella col liquido di sviluppo con dentro un cartoncino color latte. Prima non c’era nulla, solo il bianco del rettangolo impressionato, poi era comparso qualcosa, infine erano lì con i loro visi e i loro corpi. Dunque tra il nulla e il qualcosa c’era un istante che pareva inafferrabile e in realtà lo era.

Sul filo erano appese molte immagini gocciolanti tutte uguali tra loro, mentre lui estraeva di continuo dal liquido le fotografie che si aggiungevano a quelle che stavano in bella mostra sul cavo.

“Perché?” si domandava con una punta d’angoscia “Stampo solo un’immagine con Lucy e Sally che mi guardano sorridenti”.

E si era svegliato nel cuore della notte con questa domanda martellante nelle tempie mentre si guardava intorno nel buio alla ricerca di qualcosa che calmasse l’intima angoscia.

Non era riuscito a classificare se era stato un sogno o un incubo. L’unica certezza era che non avrebbe saputo ripetere nella realtà quei gesti ripetitivi.

E aveva provato a riaddormentarsi.

 

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domenica, 11 ottobre 2009

Lucy si sentiva prigioniera in quella casa, che non percepiva più calda come in precedenza, perché lo spettro di Sally aleggiava pesante nell’aria.

Non era mai più ricomparsa da quel giorno, ma Jean era sempre più spesso assente. Aveva dedotto che si frequentassero a casa di lei, ma questo le metteva malinconia e stizza.

Non capiva il motivo per il quale lei doveva essere gelosa di una donna che non conosceva. Questo aspetto della sua personalità, che emergeva dalle acque tumultuose del fiume in piena come un detrito indesiderato, non le piaceva per niente senza che riuscisse scacciarlo o eliminarlo.

Anche lei cominciò a stare sempre più frequentemente fuori complici le giornate che si allungavano e il tepore dell’aria che mostrava il nuovo volto della natura.

Per studiare si rintanava nella biblioteca della Sorbona con Rachid, che invece sognava un viaggio nella grande Mela per migliorare il suo inglese. Lei era ben conscia che sarebbe stato un miraggio, come la fata Morgana, e doveva limitarsi a sognarlo, ma il sogno non costava nulla.

Tra loro si stava stabilendo un bel sodalizio senza che una prevalesse sull’altra e la prevaricasse.

Lucy aveva trovato in lei una persona dal carattere dolce ma estremamente deciso a raggiungere l’obiettivo di dedicarsi all’insegnamento universitario e a raggiungere l’affrancamento sociale ed economico.

Rachid per contro aveva scoperto la mentalità aperta e pragmatica dell’altra che si scontrava spesso con la sua dalla visione più ristretta ed antiquata, frutto avvelenato del risiedere in un contesto, dove la donna era costretta a vivere entro le mura domestiche al servizio della famiglia. Erano concetti che faticavano ad essere modificati, perché il quartiere era diventato un ghetto che si ripiegava sempre di più su se stesso.

Queste differenze nei caratteri anziché dividerle le accomunava permettendo loro di superare gli steccati che s’erano creati artificiosamente a difesa dei loro pensieri.

Quell’ostinata decisione, che mostrava l’amica, stava facendo breccia nella mente di Lucy, che voleva riposizionare il suo ruolo in casa di Jean.

“E’ vero che eseguo il lavoro manuale di governare la casa, di preparare i pasti in cambio del vitto e dell’alloggio” si diceva sempre più spesso Lucy “Questo mi ha consentito di mettere da parte un bel po’ di dollari. Però mi ha messo in una posizione subalterna nei confronti di Jean. E mi sta meno bene”.

Si poneva la domanda su chi aveva tratto i maggiori vantaggi da questo rapporto senza trovare una valida risposta, perché, come ogni medaglia ha due facce, anche questo modo di rapportarsi con Jean presentava aspetti positivi e negativi. Quindi decise di smettere di chiedersi chi era il fortunato tra loro due, perché non avrebbe risolto le problematiche più importanti, rappresentate dal suo futuro.

Era arrivato il tempo di verificare se il ritorno per un secondo corso di letteratura francese eventualmente associato con un altro era un’opzione plausibile oppure no.

Il primo nodo da sciogliere era “Rifaccio il sodalizio con Jean oppure mi cerco una stanza  solo per me?” e le risposte tardavano ad arrivare come l’altra domanda correlata, perché un monolocale centrale e comodo non era facile da reperire e sarebbe costato una barcata di quattrini. D’altra parte finire in un monolocale nella periferia incolore e grigia di Parigi non era una soluzione eccitante, perché avrebbe finito col deprimerla e condizionarla negli studi, che avrebbero perso serenità e tranquillità.

Volendo però valutare l’opzione Jean osservava difficoltà in ogni angolo di visuale a causa delle molte mortificazioni che avrebbe dovuto subire il suo ego.

I mesi trascorsi a Parigi si erano rivelati un autentico toccasana, perché finalmente si era scrollata da dosso quella cappa di vecchiume bigotto che la famiglia avevano allestito su di lei.

I suoi genitori si erano sempre dimostrati pieni di attenzioni nei suoi confronti, ma le loro idee erano rimaste ferme all’inizio del novecento, arcaiche e ristrette. Così aveva dovuto lottare strenuamente al termine della high school per frequentare l’università.

Lei avrebbe voluto frequentare New York University School of Law, per diventare una celebre avvocatessa, ma il pensiero che lei frequentasse uno dei tanti campus della Grande Mela faceva venire i giramenti di testa ai genitori. Quindi dovette ripiegare sul corso di letteratura de Syracuse University nella sua città natale col divieto di vivere nel campus e quindi di condurre la vita allegra e spensierata della studentessa universitaria.

Percepiva di essere stata un’emarginata, di essere stata un’aliena tanto che i tre anni prima di diventare graduate erano stati vissuti come un incubo. Però lei voleva ottenere un Ph.D. nel campo delle lettere. Il piano di studi per raggiungere il dottorato prevedeva una specializzazione in una letteratura europea. Lei scelse quella francese alla Sorbona, un occasione d’oro per tagliare quel cordone ombelicale sta stava lentamente impiccandola con una asfissia strisciante.

Fu una lotta feroce, ma alla fine era riuscita a spuntarla ed era partita per Parigi con una valigia piena di sogni.

Un secondo anno alla Sorbona frequentando oltre a letteratura francese, anche un altro corso sarebbe stato l’ottimale per potersi presentare all’appuntamento finale con molte chance di ottenere il sospirato dottorato e un buon contratto in campo universitario o in ambito privato.

Adesso si era messo di traverso il problema di Jean e di Sally senza che lei avesse la minima idea di come risolverlo.

Questo assillo era diventato un tormentone che rischiava di paralizzare ogni iniziativa e condizionare pure gli esami finali senza che lei potesse eseguire una scelta strategica su come posizionarsi nel prossimo anno accademico.

Era seduta nel Jardin du Luxembourg, quando stabilì di prendere una decisione coraggiosa.

“Devo ritrovare il mio equilibrio interno” si diceva riflettendo sulla sua condizione “Sally è una donna come me. La sfiderò sul suo terreno”.

E così fece.

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mercoledì, 07 ottobre 2009

Lucy si guardava in giro alla ricerca di un volto, ma vide solo una testa dai capelli neri e dal viso olivastro che agitava una mano dall’ingresso del caffè.

Strinse gli occhi per mettere a fuoco quell’immagine sfocata e irriconoscibile, finché un lampo illuminò il buio della memoria.

“Rachid!” disse agitando la mano per invitarla ad entrare.

Adesso ricordava quella figura non troppo appariscente con la quale aveva scambiato poche frasi qualche settimana prima.

Era la settima figlia di una famiglia di emigranti algerini che viveva nella banlieue parigina di Sevran, dove erano approdati alla fine degli anni sessanta.

Lei era nata a Parigi, come la maggior parte dei suoi fratelli, e cercava di affrancarsi socialmente attraverso gli studi tra mille difficoltà ed incomprensioni in famiglia e nel tessuto sociale nel quale viveva.

Rachid aveva notato fin dall’inizio Lucy, che se ne stava in disparte senza partecipare più di tanto alla vita del gruppo di studenti che seguivano le lezioni di letteratura francese. Avrebbe desiderato allacciare una seria amicizia con lei, ma le occasioni erano state talmente rare che era  come trovare l’oro nel torrente di montagna.

Solo qualche settimana prima era riuscita a scambiare qualche frase con lei, suscitando la sua ammirazione, perché il carisma che emanava l’aveva attratta in maniera irresistibile.

Passeggiando per place Saint Germain des Pres l’aveva intravvista dalla vetrina, mentre era assorta a scrivere sul misterioso libriccino rosso. Si era sempre chiesta cosa annotasse con tanta cura anche durante le ore di lezione, ma non osava chiederle il motivo.

Adesso era stupita del calore che aveva messo nell’invitarla con decisione ad entrare, perché immaginava che avrebbe risposto al saluto con fredda cordialità.

Era la prima volta che entrava in quel tempio dell’agiatezza, ricco di fascino e di storie famose, provando un senso di disagio, di inferiorità sociale e di timore di essere messa alla porta senza tanti complimenti per le origini ben marcate nei suoi lineamenti e nel vestiario dimesso.

Lucy si alzò per abbracciarla con affetto, facendola accomodare di fronte.

“Posso offrirti un chocolat à l’ancienne ou Thé Damman?” le chiese con entusiasmo.

Rachid era titubante, perché sapeva che non poteva permetterselo, e stava per rispondere “No, grazie.”, quando Lucy lesse negli occhi scuri e grandi come due lampioni la paura di accettare e l’imbarazzo di una condizione sociale inferiore.

Però dallo sguardo scomparve quasi subito la remissività melanconica che aveva provato alla domanda di Lucy, mentre si accendeva con un lampo improvviso l’orgoglio della consapevolezza della sua condizione.

Lucy rapidamente cercò le parole giuste per non urtare la sensibilità della ragazza, facendole intuire che era ospite gradita per metterla a suo agio.

Le due donne conversarono a lungo sulla lezione odierna, sui loro mondi femminili, sulla condizione di essere donna in un mondo maschilista, quando Rachid esclamò: ”Uh! Si è fatto tardi! Devo scappare perché devo prendere il metrò fino a Chatelet les Halles per salire sul treno della linea B”.

“Grazie per il cioccolato” le disse baciandola sulla guancia e scappò di corsa verso l’ingresso del metrò.

Ormai s’era fatto buio illuminato dalle vetrine dei negozi, mentre la pioggia aveva ripreso a martellare le strade sospinta da un vento freddo e gagliardo.

Raccolse le ultime idee, mentre pagava il conto, e decise di camminare fino a Cluny – la Sorbonne prima di prendere il bus 86 per tornare a casa.

Non era la sera ideale per passeggiare con pioggia e vento che sferzavano il viso, ma voleva distrarre la vista osservando le vetrine del Boulevard Saint Germain.

Non aveva nessuna voglia di rivedere Jean e Sally, perché aveva percepito che lei era di troppo.

“Cercare un nuovo alloggio?” si domandava mentre lo sguardo scivolava senza memorizzare su una vetrina d’abbigliamento.

Tra poco più di tre mesi sarebbe ripartita dal Charles De Gaulle per rientrare a Syracuse, quindi aveva poco senso mettersi alla ricerca di qualcosa.

Però percepiva angoscia al pensiero di vederli insieme.

“Mi devo fare forza e resistere fino giugno” si disse mentre era ferma in attesa del bus “Poi per il prossimo anno ci penserò”.

Salì e osservò Parigi che scivolava leggera sotto la pioggia.

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sabato, 03 ottobre 2009

Sally lasciò fare, ma non si sentiva disponibile verso coccole più spinte, perché il viso di Lucy compariva sul maxischermo della sua mente.

Quando qualche ora prima aveva sfidato il diluvio universale aveva altre prospettive e avrebbe sperato che fosse stato Jean a spogliarla, a toglierle i vestiti bagnati, a fare insieme la doccia prima di finire nel letto insieme.

Adesso la visione era mutata: l’inquadratura del soggetto aveva modificato l’angolazione tanto che tutto sembrava sbilenco, falso ed artefatto. Non era più come aveva immaginato.

Lucy era stata l’elemento che aveva scatenato quella tempesta di ormoni che la stava soprafacendo.

“Desidero Jean o Lucy” si chiedeva angosciata, mentre lui la baciava con una dolcezza e un trasporto che non aveva conosciuto finora.

Jean non era stato il primo uomo della sua vita e probabilmente non sarebbe stato nemmeno l’ultimo. Non era sua abitudine passare di letto in letto, di braccia in braccia, ma qualche storia c’era stata nel passato e l’ultima aveva lasciato il segno, ma purtroppo negativo.

Pierre l’aveva corteggiata a lungo e con insistenza, ma lei lo trovava noioso ed abitudinario, persone che l’innervosivano, la infastidivano con la loro ripetizione di gesti e pensieri.

Aveva appena chiuso una storia burrascosa piena di litigi ed incomprensioni e non gradiva altre attenzioni maschili. Dunque Pierre era stato sfortunato perché lei non era ricettiva e disponibile a nuove avventure. Però lui era un mastino che non mollava la preda con tanta facilità, mentre lei si era rinchiusa nella sua corazza per difendere la vita privata e leccarsi le ferite.

Poi un giorno Pierre cambiò tattica, modificò l’aspetto esteriore, divenne un brillante intrattenitore, si presentò sotto una veste totalmente sconosciuta, mentre lei riconsiderava la sua presenza sotto un’ottica completamente differente.

Cominciarono a frequentarsi, ad uscire insieme e finirono a letto dove si dimostrò un amante sensibile e delicato.

Scoprì che il germe dell’innamoramento aveva messo le radici dentro la sua testa, mentre crescevano a vista d’occhio degli stimoli insospettati come le foglie a primavera dai rami nudi.

Provò sensazioni che le erano sconosciute e pensò che questo amore era finalmente arrivato con l’A maiuscola.

Mentre germogliava dentro la passione verso Pierre, lui si raffreddava e si allontanava silenzioso da lei come se avesse un segreto da custodire.

Si informò discretamente su di lui, scoprendo che era sposato con due figli, mentre lui aveva sempre negato di essere impegnato con qualcuna.

La scoperta fu uno choc che la gettò nello sconforto perché lui aveva tradito la fiducia che lei aveva riposto, mentre fantasticava una vita in due illuminata dal loro amore.

Chiusa bruscamente la storia con Pierre si era imposta castità e prudenza nell’affrontare nuove storie per non lasciarsi travolgere dalle emozioni in un turbine di coriandoli che accecavano la vista.

L’incontro con Jean era stato una sorta di scialuppa di salvataggio che l’aveva raccolta dopo il disastroso naufragio al quale era sopravissuta aggrappandosi a qualche relitto della sua nave. Qualcosa le diceva che poteva fidarsi di questo uomo più vecchio di lei.

Però sembrava che ancora una volta il suo istinto femminile avesse le polveri bagnate, perché aveva scoperto che un’altra donna viveva in quella casa anche se non ne conosceva il ruolo. Percepiva che lei poteva essere un ostacolo ai progetti che lentamente prendevano forma nella mente, ma non aveva compreso le motivazioni di quei gesti erotici dei quali era stata oggetto.

“Chi è Lucy” gli chiese staccandosi dall’abbraccio che l’avviluppava teneramente come un tralcio di edera.

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