sabato, 30 agosto 2008
Matteo passò la domenica tra mugugni e recriminazioni per essere stato troppo impulsivo il giorno precedente.
Frammenti di immagini e brandelli di conversazioni scorrevano ora lenti ora veloci sulle pareti di casa, mentre lui cercava di riunire i pezzi che riflettevano il suo stato d’animo.
Aveva acquistato da poco una porzione di una villetta quadrifamigliare a Rubano in una zona di recente lottizzazione poco distante dal centro del paese, dove fino a pochi anni prima c’erano vigne e campi di erba medica. La casa non era molto ampia su due livelli, ma andava benissimo per lui ancora single. Su due lati aveva una piccola striscia di verde, dove ora prosperavano solo erbacce.
“Quando mai avrò tempo di sistemarlo” diceva a chi gli faceva notare lo stato di abbandono del giardino “Dal lunedì al venerdì sono in giro per l’Italia. Durante il fine settimana vorrei rilassarmi senza rompermi la schiena per curare il verde”. Aveva pensato di rivolgersi a qualcuno in paese per sistemarlo, ma rimandava di settimana in settimana, mentre il tempo scorreva inesorabile senza prendere la nessuna decisione.
Il sottotetto avrebbe potuto col tempo ospitare un piccolo studio, ma adesso era ingombro di scatoloni semivuoti, un paio di PC dismessi con molta polvere. L’aveva trovato allo stato grezzo e così era rimasto anche se ora era pentito di non averlo sistemato subito. Nel lavoro era molto meticoloso senza lasciare nulla al caso, ma nelle faccende private era irresoluto e cincischiava in mille attività che cominciava senza portare a termine nulla. Così aveva preso la decisione di utilizzare la cameretta al piano superiore come studio attrezzando una parete con scaffalature e ripiani e un tavolo da lavoro.
L’arredo della casa non era scadente, ma rifletteva la sua personalità appena abbozzata e dispersiva. Si notava molto la mancanza di un tocco femminile, mq per questo sperava di aggiungerlo presto.
Il computer era acceso, ma era abbandonato perché Matteo stava pensando ancora al giorno precedente.
Aveva fantasticato a lungo prima dell’incontro su una vacanza romantica con Micaela in giro per l’Italia, loro due soli con la sua auto perché lei non amava o non sapeva guidare.
“Quale sarebbe stata la prima destinazione?” si chiedeva rapito nell’immaginare eventi distorti della realtà e apri Google Earth per assaporare meglio il viaggio irreale volando con gli occhi del web.
“Vediamo un po’. Verso ovest o nord o sud? Verona o Mantova? Oppure Cortina, Bolzano, le montagne incantate delle Dolomiti? Ferrara, Ravenna o Firenze?” non riusciva a decidere quale direzione voleva prendere.
Però quella sarebbe stata solo una prima tappa di un tour attraverso l’Italia, che amava ed aveva imparato a conoscere attraverso il suo lavoro.
Il giro comprendeva anche le isole dell’arcipelago toscano o forse no, perché quelle le avrebbe voluto visitare su una barca a vela di sicuro non nel mese di Agosto.
Avrebbe desiderato scendere verso Roma attraverso la Toscana e l’Umbria per restare diversi giorni lì, mentre assaporava il fascino di quei ruderi e chiese che aveva imparato ad amare durante le lunghe camminate in attesa della cena serale.
Ora però era deluso da Micaela, dalla persona amata che non rispondeva alle sue aspettative, che peraltro non erano realistiche. L'effetto dell’innamoramento era di farlo fantasticare, cosa piacevole e innocua se lui si manteneva nei limiti della realtà, ma purtroppo aveva ecceduto senza tener conto delle possibili reazioni. Aveva vissuto in sogno un senso raffinato della bellezza che ricercava in tutto ciò che lo circondava. Tuttavia non era stato molto pratico e sarebbe stato meglio rimandare a un altro momento tutte le questioni che richiedevano un giudizio sicuro nelle relazioni interpersonali, ma ormai la frittata era stata fatta.

Matteo era un sognatore incallito per effetto della timidezza innata e della paura ad esternare i propri sentimenti. Spesso durante i lunghi viaggi sognava situazioni impossibili a realizzarsi dove lui era concupito dall’amore segreto di turno. La ragazza, di cui si era innamorato senza che lei lo sospettasse minimamente, lo blandiva, lo circuiva, mentre lui glaciale ed algido si faceva pregare per accettare il corteggiamento.
Era intelligente, colto e raffinato qualità che esprimeva con naturalezza, sapeva parlare con criterio e proprietà, misurato ed attento, ma spesso rovinava tutto con uscite infelici che ferivano l’interlocutore.
Anche ieri non aveva percepito che Micaela era concentrata solo ed unicamente sugli esami che doveva sostenere mentre non c’era posto per altre divagazioni personali. Però lui non ascoltava ed era infastidito dal quel chiacchiericcio su qualcosa che non lo interessava. Per questo motivo aveva esternato quella proposta inopportuna sia per il tono di voce sia nel modo di esporla che aveva troncato bruscamente il loro rapporto.
Ora si stava domandando come avrebbe potuto riallacciare il discorso interrotto perché non riusciva a trovare una leva da usare per toccare la sensibilità di Micaela.
“E’ tutto compromesso oppure posso ancora sperare?” si chiedeva ansioso quando una breve melodia gli annunciava l’arrivo di un SMS.
Era Laura, che lo invitava ad unirsi a lei per visitare la mostra sull’arte orafa nel Salone. Lei faceva di tutto per farsi notare, ma lui non era molto propenso ad intavolare una relazione perché la riteneva troppo aggressiva e poco dolce.
“Non è la donna che cerco” si diceva sempre
“Cosa faccio?” si domandò smarrito finché decise di accettare l’invito e di trovarsi in Piazza delle Erbe fra mezz’ora.
 
(Cap. 4 del racconto "L'incontro")
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domenica, 24 agosto 2008

I veri viaggiatori
partono per partire
e basta:
cuori lievi,
simili a palloncini
che solo il caso
muove
eternamente,
dicono:
“Andiamo”,
e non sanno
perché
i loro desideri
hanno le forme
delle nuvole
 
Charles Baudelaire
 
 Ogni bambino sogna di essere nel paese dei palloncini, che colorati e variegati vengono riempiti d’aria e vengono legati con un cordino bianco.
Simone è uno di questi a naso in sù ad osservare quello che gli è sfuggito di mano e che vola libero e leggero verso il cielo azzurro.
Dal nonno aveva sentito parlare di un mitico paese dal nome strano, che ora non ricorda più, dove si fabbricano i palloncini colorati come quello che ora dondolante è lassù inafferrabile, mentre lui non osa chiedere a Miriam, la mamma, di comprarne un altro.
Il racconto si era snodato lieve mentre la sua curiosità gli faceva porre sempre nuove domande.
“Nonno,” diceva “dove si trova questo paese dei balocchi?”
“No, Simone” replicava paziente il nonno “non è il paese dei balocchi. Lì, li fabbricano, perché un giorno la mamma possa comprartene uno”.
E Simone a bocca aperta e gli occhi spalancati ascoltava il racconto.
“Il palloncino di gomma rossa a forma di papera, trasparente è gonfio di aria ed è leggero come una nuvola in cielo. La tua papera segue il vento con lentezza, muovendosi dondolante in qua e in là. Sembra assente, ma lo vedi lì sopra la tua testa. Si gonfia col fiato del nonno, ma non teme il vento. E’ il ventre di Eolo”.
Una breve pausa per prendere fiato e riprendeva. “Sai chi è Eolo?”
“Si,” rispose senza pensarci troppo, perché nella sua innocenza non poteva porsi troppe domande “è uno dei sette nani!”
“No, Simone. E’ un signore che sta ovunque dove soffia il vento”.
Simone aggrottò la fronte perché non capiva. Secondo lui era uno dei sette nani della fiaba Biancaneve.
Il nonno sorrideva anche se il nipote rimaneva perplesso.
“Dunque, nonno, dove si trova questo meraviglioso paese?” concluse Simone.
Lui si alzò dalla sedia ed armeggiò nel cassetto della sua scrivania.
Gli occhi del bambino seguivano incuriositi le mani del nonno, che depose sul tavolo qualcosa di giallo piegato e ripiegato più volte, un po’ sgualcito, un po’ consunto nelle pieghee.
“Simone” iniziò a dire il vecchio “questa è l’Italia”.
“L’Italia?” domandò stupito “Ma non è quella vecchietta che ci vende i lupini?”
“No, no!” disse ridendo il nonno “Questa carta ingiallita descrive il paese dove viviamo”.
“Ma non mi sembra che servano tutti questi fogli per mostrare F…. E’ tanto piccolo il nostro paese”.
Allora il nonno cercò di spiegargli che non era il piccolo paese in cui vivevano, ma la nazione di appartenenza. Però alla fine finse di accettare il punto di vista del piccolo, mentre cercava Casalvieri, il paese dei palloncini.
“Ecco, è qui, il paese che cerchiamo” indicando un minuscolo puntino tra pianura e montagna.
Simone rimase a bocca aperta per lo stupore che un puntino contenesse tutti i palloncini colorati del mondo.
Ora Simone ripensa allo strano racconto del nonno, ma non saprebbe dire se si trova a nord o a sud di F…., oppure a destra o a sinistra, perché lui non conosce ancora i quattro punti cardinali.
Ricorda però bene la filastrocca che il nonno aveva recitato
 
Dove andranno
a finire i palloncini
quando sfuggono
di mano
ai bambini,
dove andranno,
vanno a spasso
per l’azzurrità..
 
Renato Rascel
 

“Dove andrà” di domanda impacciato e confuso “il palloncino colorato che mi è sfuggito di mano? Andrà là dove diceva il nonno nella sua filastrocca?”

Simone è sempre a naso in su a seguire quel minuscolo puntino che si perde nell’azzurro del cielo.


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venerdì, 22 agosto 2008
Era una calda serata di fine maggio quando Micaela scese a Padova dal locale delle 18 e 30 proveniente da Venezia. Era accaldata e sudata, mentre nelle narici conservava la sensazione di sporco e di sudore che l’aveva accompagnata per tutto il viaggio interminabile per le soste in ogni stazione. Quel treno era sempre affollato di lavoratori e studenti che tornavano a casa la sera ed era sempre più lercio ed in ritardo. Doveva smettere di prenderlo, perché un senso di vomito l’accompagnava anche dopo l’arrivo.

“Ancora pochi mesi e poi basta fare la pendolare” diceva tra sé mentre scendeva nel sottopasso per recuperare la bicicletta. Le mancavano pochi esami e poi la tesi liberatoria.

Micaela frequentava con ottime votazioni l’università di Venezia per prendere la laurea in architettura.

Era sua intenzione dopo un tirocinio presso uno studio di architetti, già individuato, di mettersi in proprio, di essere indipendente nella creatività e nella professione. Sarebbe stata dura, ma gli stimoli non mancavano. La famiglia modesta e senza grandi risorse finanziarie l’aveva assecondata con grandi sacrifici. Di questo era ben conscia e non aspettava altro che smarcarsi economicamente da loro per ripagarli delle rinunce.

Spinse la bicicletta verso via Jacopo Avanzi per andare all’Alì Market dell’Arcella vicina al Santuario di Sant’Antonio, non nella Basilica del Santo più nota e famosa, ma il convento dove il Santo era vissuto ed era morto durante il trasporto da Camposanpiero. Questo complesso imponente e vario era quasi sconosciuto ai turisti, che frequentavano solo la grande Basilica vicino a Prato della Valle.

Aveva fretta perché era ormai era orario di chiusura e doveva assolutamente comprare la crema per il viso, che le sarebbe servita la mattina dopo.

Si aggirava inquieta ed agitata tra gli scaffali alla ricerca di quello che le serviva, quando si scontrò con un giovane che teneva un cestello pieno di merce. Un attimo e il contenuto rotolò per terra col botto di un pinot grigio, che bagnò la corsia.

“Porca miseria!” esclamò il giovane con voce rabbiosa “Guarda dove metti i piedi! Non sei sola qua dentro per correre come una pazza!” Lo scoppio d’ira e il viso contratto da una smorfia di rabbia fecero girare gli astanti, mentre udivano la voce alzarsi di tono.

Micaela restò impietrita senza proferire una parola, tanto che avrebbe potuto dire a sua discolpa se non qualche scusa.

Era rossa in viso, mentre la testa si riempiva di mille pensieri che stentavano a prendere forma. Lo sguardo era fisso sul giovane, che dopo lo scoppio d’ra si stava ricomponendo, mentre raccoglieva da terra quello che non era andato rotto o rovinato.

“Scusa le parole irose proferite” disse con tono conciliante mentre l’ira andava sbollendo, “Non volevo offenderti. Mi chiamo Matteo” e tese la mano verso Micaela.

“Sono io a dovermi scusare per la goffagine nel cercare la crema” replicò accettando quel gesto di conciliazione “Micaela”.

Lei si chinò per aiutare l’uomo a raccogliere e riporre nel cestino le ultime cose, mentre lo osservò con attenzione.

Non era molto alto, ma il corpo era muscoloso senza eccessi. I capelli erano scuri dal taglio moderno né lunghi né corti. Sul viso regolare spiccavano due occhi color nocciola e una corta barba ben curata.

“E’ un bel ragazzo” pensò mentre gli sfiiorava una mano percependo un brivido nel corpo.

Anche Matteo osservava con cura Micaela, della quale notò i capelli rosso ramato e gli occhi verdi da gatta. Era alta nella norma anche se la corporatura minuta la faceva sembrare più longilinea di quello che era in realtà. Non era appariscente con quel seno piccolo da adolescente nascosto dalla camicetta. I capelli, rossi, erano belli e mossi quel tanto da conferire al viso chiaro e leggermente lentigginoso una grande luminosità.

Non riusciva a staccare lo sguardo da lei pentendosi di essere stato sgarbato ed iroso.

Si aiutarono a vicenda per completare gli acquisti prima di avviarsi alle casse.

Lo screzio di pochi minuti fa era ormai relegato tra i ricordi remoti mentre chiacchieravano con calma di loro e delle loro attività attuali.

Usciti dal supermercato restarono ancora a parlare, perché tra loro stava nascendo una reciproca simpatia.

Micaela era alla ricerca di un uomo che la trattasse da pari a pari, per quello che faceva e desiderava ottenere dalla vita, quindi percepiva che Matteo poteva essere una possibile persona.

Prima di salutarsi, lei senza sollecitazioni disse sorridente e maliziosa: “Scambiamoci i numeri di telefono, così possiamo incontrarci una seconda volta”.

Matteo rimasto sorpreso piacevolmente replicò con immediatezza: “Perché solo una seconda volta?”

Anche lui era single e alla ricerca di una ragazza dal carattere dolce e romantico, perché mal sopportava le donne aggressive ed autoritarie. Aveva sempre avuto difficoltà di approccio con le ragazze, perché era introverso e un po’ timido, a volte rinunciatario, sempre pronto a chiudersi a riccio su se stesso.

Dopo essersi salutati lui l’osservò mentre Micaela si allontanava in bicicletta. Si chiese se quella poteva essere la donna che cercava e non aveva trovato finora.

Scosse la testa e si infilò nella macchina per raggiungere Rubano, dove abitava.

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domenica, 03 agosto 2008

“Silvia, “ cominciò la madre tra titubanze e tentennamenti “capisco che ormai sei una donna ed io non sono stata in questi anni quello che si dice una madre priva di pecche. Però non posso fare a meno di disapprovare il rapporto che hai con l’insegnante di recitazione, quella regista ormai matura con cui ti vedi e ti senti”.

Si fermò osservando attentamente la figlia in piedi dinnanzi a lei senza distogliere lo sguardo.

Silvia diventò rossa per l’ira che stava montando dentro di lei e aprì la bocca per urlarle in faccia tutto il malumore che aveva covato in questi anni, ma non uscì alcun suono.

Sembrava incapace di parlare, di connettere i molti pensieri che frullavano liberi nella mente, ma un’improvvisa afasia le impediva di pronunciare qualsiasi lettera.

“Siediti e calmati” proseguì la madre, mentre le faceva posto sul divano.

Elisa parlò con pacatezza e a tono basso mentre Silvia calmava a poco a poco il tumulto interno che le aveva impedito di proferire parola.

Discussero a lungo del rapporto con Laura, degli errori che Elisa aveva commesso con le figlie, dei rapporti tesi con Riccardo con un confronto serrato ed aspro allo stesso tempo.

Silvia difese con ostinazione la scelta di evitare gli uomini che identificava tutti col padre, un traditore. Continuava a non interpretare perché la madre non voleva accettare la sua opinione di escludere gli uomini dai suoi pensieri.

Lei era confusa nell’esposizione e nei pensieri che nascevano all’interno, non riusciva a svolgere logicamente le idee, che si ammassavano caoticamente come uno stormo di uccelli impauriti dagli spari dei cacciatori.

Elisa senza fretta e con pacatezza smontava tutte le teorie, le argomentazioni, i pensieri, perché le affermazioni era prive di solidità, sconnesse e piene di luoghi comuni.

Avrebbe avuto vita facile a convincerla nel lungo termine, se Silvia avesse proseguito sul cammino intrapreso, ed aspettava sorniona.

Non aveva fatto i conti con la tenacia e l’ostinazione della figlia, che riusciva a rendere razionali i propri pensieri tramite le risposte di Elisa, come quei software che affinano i propri modelli attraverso le tecniche di intelligenza artificiale.

Silvia si sentiva rinfrancata e sempre più lucida nei pensieri, mentre riannodava i fili della mente.

“Mamma, “ disse ergendosi davanti a lei “siamo qui da diverso tempo e nessuna dellle due è riuscita a convincere l’altra. Non capisco perché dopo anni di silenzio e di disinteresse ora vuoi convincermi che il mio rapporto con Laura è sbagliato. Inoltre hai coinvolto anche Riccardo, che non vedo e non sento da oltre quattro anni. Ormai sono una donna e la mia sessualità la decido io”.

Poi si allontanò senza salutare per rinchiudersi nella sua stanza. Per sbollire l’ira della lunga discussione mise le cuffiette dell’IPOD per ascoltare i Coldplay. Mentre la musica invadeva col suono martellante la sua mente, lei si sentiva come un uccello prigioniero che poteva osservare solo quella vista offerta dalla gabbia.

Elisa rimase per un po’ seduta percependo che era fallita prima come moglie poi come madre. Il suo rapportarsi con le altre persone era quello di porsi al centro dell’attenzione mentre faceva affidamento su un potere che forse era solo nella sua immaginazione.

Pensava di diventare archeologa e girare il mondo, ma era diventata schedatrice di ruderi, reperti fatiscenti e qualche crosta sfuggita alle ruberie. Un momento di scorramento l’assalì, mentre stava pagando il prezzo della tensione accumulata in tutti questi anni. Era svuotata di tutto dai pensieri alle forze, mentre pensava al ruolo a cui era stata condannata senza che lei potesse opporsi.

Si alzò lentamente con gli occhi pieni di tristezza per andare, ma non lo sapeva nemmeno lei.

Aprì la porta e sparì.

Silvia che si aspettava che la madre la raggiungesse nella sua stanza per dire qualcosa udì la porta chiudersi e poi il silenzio che calava nella casa.

Tolse le cuffiette e andò nella sala, dove trovò appoggiato sul divano il telefono di Elisa che pulsava per una chiamata in arrivo e un paio di SMS in attesa di essere letti. Corse alla dependance nella speranza vana di trovarla immersa nei suoi pensieri, ma anche lì regnava buio e silenzio.

Si accasciò disperata mentre le lacrime bagnavano il suo viso. Ora sapeva che non l’avrebbe più rivista.

(tratto da "Titolo da definire - racconto a due mani" - cap. 18)

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categoria:racconto, dialogo di fantasia
giovedì, 31 luglio 2008
La mattina colse Silvia e Laura immerse nelle loro riflessioni, che in qualche modo si intrecciavano tra loro, ma senza che ne discutessero per trovare i punti in comune.
“Buongiorno, Silvia” disse Laura, quando percepì che la ragazza stava uscendo dal sonno agitato della notte. Però non aggiunse altro perché il loro rapporto era stato frettoloso e freddo, come se avessero voluto ragionare solo su se stesse e non per compiacere l’altra.
“Ciao, Laura” rispose Silvia un po’ imbronciata e desiderosa di stare in silenzio.
“Avevo fatto altri programmi per oggi e domani, ma devo tornare a casa con una certa sollecitudine. Mi dispiace” aggiunse Laura visibilmente contrariata.
“Forse è meglio così” replicò Silvia acida e scura in volto trattenendo a stento un nervosismo che sprizzava da tutti i pori tanto era percettibile.
Le telefonate della sera precedente avevano lasciato il segno mentre entrambe non aspettavano altro che ritornare in città e salutarsi senza troppi complimenti.
La giornata di ieri sembrava promettere bene con Laura desiderosa di scoprire una sessualità insolita e fuori dalle righe, mentre Silvia smaniava nel sentire le mani della compagna posarsi sulla pelle.
Però oggi c’era gelo tra loro, ognuna immersa nei pensieri che custodivano con cura dentro di sé senza rendere partecipe l’altra dei motivi di tanto nervosismo.

(Tratto "Titolo da definire - Racconto a due mani" - frammento cap. 15)
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categoria:racconto, dialogo di fantasia
giovedì, 24 luglio 2008
Nuvole rosate
 
Nuvole rosate
solcano il cielo,
mentre le prime ombre
calano sui campi.
Guardo
e sto in silenzio,
la natura mostra
il suo volto.
Ripenso a te,
agli anni passati.
Sembra ieri,
ma è passata
una vita,
fatta di dolcezze
ed amarezze.
Siamo ancora qui,
uniti e felici.
 
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categoria:poesia, riflessioni, emozioni
sabato, 19 luglio 2008
Ho trovato alcune frasi che ho trovato interessanti. su Velvet allegato alcuni giorni fa a La Repubblica e ve li propongo. Non conosco l'autore (o l'autrice), anche se sospetto che sia Susanna Schimperna. Dal disegno unito alle due frasi penso che si riferisca alla donna Leone e all'uomo Leone.

"Nel lavoro l'impegno deve essere costante e senza concessioni a quella voglia di tirare via che ogni tanto ti prende, più perché sei sicura di te stessa che per noncuranza."

"Le persone comuni sono pericolose, scriveva Lernet-Holenia. molto più pericolose delle persone insolite. Chi a che fare con loro è destinato a soccombere."

Questa invece è relativa all'oroscopo LUI del Cancro.
"Il linguaggio è un virus? Lo dice William S Borroughs al giornalista Robert Palmer (intervista nel libro <Rock'n'roll Virus>), lo sperimenti in ogni attimo della giornata. Le frasi si diffondono senza controllo, vivono di vita propria, si autoriproducono. Le tue frasi, le frasi degli altri. Nel processo, il significato si perde o cambia. Attento dunque alle parole, possono danneggiarti ritorcendosi contro di te o condizionarti perché tutti le credono veritiere quando tu, e forse nessun'altro, sa che non lo sono. I migliori risultati li ottieni parlando il meno possibile. Sia nei rapporti privato che professionali."

Mi hanno colpito perché contengono un sottofondo di verità che ognuno di noi riconosce nel proprio intimo, ma esterna in modo differente.

Visto che la Schimperna mi consiglia di tacere, taccio.
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categoria:pensieri
sabato, 12 luglio 2008
Laura si riscosse dal leggero torpore in cui era caduta, dopo aver letto il messaggio.
Si appoggiò allo schienale della poltrona, intrecciando le mani dietro la nuca e pensò: “Silvia è una ragazza dolce e sensibile, che racchiude in sé qualche mistero e un terribile desiderio di affetto. E’ giovane, troppo giovane. Non stacca un attimo di guardarmi e pende dalle mie labbra. Sto commettendo un errore incoraggiando il suo amore verso di me? Non so nulla di lei, né della sua famiglia. Sembra un piccolo animale selvatico, schivo e timido, pronto a nascondersi nel folto della foresta”.
Ricordava il primo contatto durante lo stage, quando aveva dovuto massaggiarla per sciogliere la tensione che aveva nel corpo.
Quel massaggio le aveva dato un brivido profondo, a cui non aveva prestato subito attenzione, sbagliando a non interpretare nel modo corretto quel segnale.
Laura era una donna sposata con una figlia ormai adulta, più o meno dell’età di Silvia.
“Avevo solo venti anni, quando ho sposato Mattia. Ero innamorata di lui, un ragazzo alto dai capelli castano chiari, quasi rossi, brillante e disinibito. Ci siamo conosciuti tra i banchi di scuola. Io ero timida e bruttina per via dell’acne che mi deturpava il viso, lui era adorato da un nugolo di ragazzine che sbavano e smaniavano. Era ricercatissimo! Lui frequentava la seconda liceo ed io solo la quarta ginnasio. Un pomeriggio era stata indetta un’assemblea del Liceo Classico Monti, per stabilire se fare uno sciopero, uno dei tanti che costellavano quell’anno scolastico. Sono finita di fianco a lui, che ha cominciato a parlare con me. Dello sciopero non ce ne fregava niente, quindi alla chetichella siamo sgusciati fuori nel giardino. E’ stato un colpo di fulmine e da allora non ci siamo più lasciati. All’università Mattia ha bruciato le tappe, laureandosi in leggero anticipo. Così ci siamo sposati”.
Laura stava ripercorrendo un pezzo della sua vita e un pizzico di tristezza e di nostalgia stava offuscando la sua vista. All’inizio non sapeva cucinare nulla e nemmeno come tenere una casa.
“Un vero disastro! Se Mattia non fosse stato così paziente, avrei passato le mie giornate a piangere! Dovevo frequentare l’Università, preparare gli esami, cucinare e stirare: alla sera mi addormentavo subito! Quante volte mi ha portato nel letto e spogliata, perché mi ero addormentata sul divano davanti al televisore! Dopo il ritorno dal viaggio di nozze per alcuni mesi non abbiamo avuto rapporti, perché ero talmente stanca, che mi addormentavo durante i preliminari!”
Adesso non capiva come il marito avesse sopportato tutto questo: forse era amore, forse aveva un’amante segreta.
“Dopo un paio di mesi Mattia ha deciso di aiutarmi in casa per avere più tempo per la nostra intimità. E’ stato provvidenziale perché ormai ero sull’orlo di una crisi esistenziale. Ho sempre pensato che i primi anni di matrimonio sarebbero stati i più belli ed emozionanti, ma si stavano tramutando in un incubo. Un paio d’anni dopo, tra momenti felici ed altri più cupi, sono riuscita a laurearmi ed a trovare un equilibrio precario. Sono stati momenti angoscianti da superare. L'impatto delle circostanze fece sì che lentamente cominciassi a provare odio verso il matrimonio, la casa. Mi sentivo in gabbia, da cui non riuscivo a fuggire. L’amore verso Mattia era scemato giorno dopo giorno trasformandosi dapprima in freddezza, poi col tempo in rancore. Lui aveva tentato di ricucire lo strappo, per alimentare l’amore tra di noi, ma era stato tutto inutile”.
Proprio ultimamente stavano riaffiorando questi risentimenti tanto che si era allontanata da Mattia, da Michela, la figlia, dai lavori di casa, mentre si immergeva sempre di più nel suo lavoro.
“La nascita di Michela non è stata voluta da me, ma da Mattia. Speravo di non avere figli, anzi lo volevo con tutto il cuore, quindi pretendevo di avere rapporti protetti, perché non potevo prendere la pillola. Però è successo lo stesso a venticinque anni. Per questo non l’ho mai perdonato! I nostri rapporti dopo la nascita di Michela si sono diradati sempre di più fino ad essere oggi inesistenti. Michela l’ho amata senza trasporto, solo perché era nostra figlia”.
Quante lacrime aveva versato di nascosto! Quante volte avrebbe voluto che non fosse lì! Ormai c’era e lentamente l’aveva accettata. Questa avversione verso la figlia non l’aveva mai confessato con nessuno, anzi si sforzava di dimostrare tutto il suo affetto.
Michela aveva avvertito questa sensazione di risentimento della madre e si era legata profondamente col padre.
Quando ormai era una ragazza ed aveva avuto i primi innamoramenti, si confidava col padre diversamente dalle amiche, che parlavano con la madre.
Mattia le aveva spiegato a suo tempo come sarebbe diventata donna, quali rapporti avrebbe avuto coi compagni e quali precauzioni doveva prendere.
Laura era stata assente in quel periodo delicato di Michela durante il passaggio da bambina a ragazza.
Michela ne aveva sofferto e si era legata ancora di più al padre.
“Non sono stata una buona madre. Non volevo avere figli, perché ero terrorizzata dai nuovi sacrifici che mi aspettavano. Così ho perso sia il marito, sia la figlia”.
Una lacrima scese sul viso di Laura.

(frammento tratto dal racconto "Titolo da definire racconto a quattro mani")
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categoria:racconto, dialogo di fantasia
sabato, 28 giugno 2008

Ora era nuovamente solo coi suoi pensieri, i suoi ricordi, le sue emozioni.

Ancora scampoli di memorie passate passavano veloci dal oblò mentre Lui riprese il quaderno con tutte le poesie scritte tanti, troppi anni fa.

Ogni poesia era un ricordo bello e piacevole, brutto e sgradevole, che riaffioravano alla mente come una risorgiva si faceva strada tra i sassi della montagna.

Lui voleva stare solo coi suoi pensieri senza sentirsi oggetto della curiosità delle Muse, che con la loro presenza lo mettevano a disagio.

Ancora una volta la nave lo stava conducendo indietro nel tempo, quando era un ragazzo che sognava guardando fuori dalla finestra del liceo, mentre Lui osservava dall’oblò il retrocedere dell’età.

Adesso compariva la torre di arenaria rossa sporcata dallo smog e dall’uomo mentre l’immagine nel oblò diventò stabile.

Cara torre, incrostata dal tempo,

che protendi la tozza cima

verso l’infinito cielo,

segna per me l’ora.

Le lancette del tuo orologio

con misurata lentezza

avanzano implacabili

nel loro lungo giro,

mentre fiocchi di neve

inscenano una meravigliosa danza

tutt’intorno a te.

Cara torre, non dirmelo,

lasciami nell’illusione:

dolce è sognare!

Il tuo cupo risuono

m’ammonisce altrimenti:

“E’ la fine! E’ la fine!”

Addio sogni di gloria!

Addio sogni di giovani!

La morte mi porta via.

(tratta da "Conosci il mio intimo")

Quante volte assorto nei pensieri aveva osservato quella torre con l’orologio ormai fermo a segnare un’ora assurda. Quanti ricordi erano associati a quella visione.

Dal banco guardava attentamente quell’emblema costruito in un tempo dove l’arte era il simbolo del potere, squadrato, pesante e senza fantasia. Dicevano che era architettura ‘razionale’, ma per il Poeta era un mondo grigio senza immaginazione.

La osservava nel corso delle stagioni mentre mutavano le condizioni della visione.

In autunno era avvolto dalla nebbia, che allora veniva presto a settembre a rendere indefiniti i contorni, mentre le foglie ingiallivano e cadevano dolcemente a terra.

La parete visibile diventava un grigio sporco che colava in mille rivoli verso la base, mentre il colore rossastro della pietra spariva ricoperto di nero fuliggine.

Quella torre aveva accolto il Poeta a sei anni e per cinque lunghi anni aveva suonato le ore. Ora la osservava attraverso il vetro opaco dell’aula.

Quando nevicava i fiocchi bianchi si stagliavano netti sulle pareti, mentre volteggiavano nell’aria. E Lui disattento scrutava le mille forme che si disegnavano nella sua fantasia, finché si riscuoteva dal sogno e tornava a farsi attento.

Altre distrazioni venivano dalla pioggia o dal sole mentre Lui si sdoppiava tra fantasia e concentrazione. Il Poeta ricordava questa sua capacità di seguire più avvenimenti contemporaneamente, mentre sembrava assente e disattento.

Ora era venuto il momento di chiudere la pagina dei ricordi per abbandonarsi tra le braccia del sogno, mentre le immagini svanivano sfumate in lontananza.

(frammento tratto da "Il Poeta e il Clandestino")
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categoria:ricordi, racconto, dialogo di fantasia
venerdì, 20 giugno 2008
Ora era il tempo di passare al passato remoto.
 

Un’infinitudine silenziosa

popolata dai silenzi più strani

s’estende sopra di me.

In questa infinitudine

ci sono quegli spettrali silenzi,

nei quali t’avvolgo.

Attraverso questa infinitudine

odo la voce del mondo,

di cui tu ne sei l’aspetto esteriore,

una voce del mondo

più silenziosa della morte.

Eppure s’è stabilita

fra noi una corrente

animata da questo

meraviglioso silenzio.

(tratta da “Poesie di Marzo” – Gian Paolo Marcolongo)

 

Erato riprese la lira pizzicando dolcemente le corde, mentre una melanconica melodia si spargeva nel sottocoperta.

Il Poeta si sentì smarrito da quel suono, faticando a riordinare la memoria, che era invasa da molte immagini vecchie e scolorite e da ricordi confusi e disordinati.

Erato comprese lo smarrimento e cessò di suonare, riponendo la lira ai suoi piedi.

Come d’incanto tutto prese forma e i pensieri iniziarono a fluire come l’acqua che scende allegra in primavera.

La relazione con Monica era stata strana, perché come all’improvviso era nata, così misteriosamente era cessata.

Calliope si aggiustò meglio sulla scrivania, perché voleva giudicare la storia di Monica per via dei tanti tentennamenti del Poeta.

Lui aveva diciasette anni e Monica uno di meno e frequentavano l’uno il liceo scientifico, l’altra il liceo classico.

I due ingressi erano vicino, li divedeva un cortile. Così per gioco cominciò la storia, come tante altre in quei tempi. Una mattina si fece avanti con un’amica comune per conoscere il Poeta, che rimase sorpreso di essere oggetto di tanto interesse.

Lui in quell’epoca remota era timido ed insicuro, si sentiva come il brutto anatroccolo.

Monica non era alta, aveva un bel viso regolare, era una ragazza disinvolta e vivace. Economicamente stava bene, tanto che si diceva che era ‘un bel partito’. Abitava in una bella villa lontana dal centro città con i genitori e la sorella più giovane.

Il Poeta non aveva mai capito quale molla avesse fatto scattare l’innamoramento di lei, perché non era alto ed atletico e non era niente.

La famiglia di Lui viveva dignitosamente con molti sacrifici. Come tanti altri ragazzi nel periodo estivo faceva piccoli lavori stagionali per pesare meno ed avere qualche soldo in più nel periodo scolastico.

Però si sentiva felice anche se non poteva permettersi troppi lussi come molti dei compagni che frequentava.

Per Lui fu una bella storia e forse anche importante, perché dopo tante storie durate lo spazio di un mattino questa lo vide coinvolto per tutto l’anno scolastico. Si vedevano all’ingresso primo dell’inizio delle lezioni, perché l’uscita era sfalsata con gli orari.

Di cosa parlavano, il Poeta non ricordava nulla, ma immaginava che fosse quello che due ragazzi di sedici e diciasette anni potevano dirsi.

Rammentava con un pizzico di nostalgia che, quando veniva in centro, passeggiavano in disparte dagli altri parlando fitto fitto sottovoce. Se non era possibile, passavano lunghi momenti al telefono alla sera prima di cena. Allora il telefono in casa era un lusso, così Lui la chiamava dal posto pubblico posto all’interno di un porticato sotto lo sguardo severo di Savonarola che controllava le conversazioni.

Era romantico allora come lo era ancora adesso. Percepiva che non era cambiato molto. Gli piaceva fare piccoli regali nei momenti più strani ed insospettabili. Non ricordava con precisione cosa, perché i ricordi erano confusi o forse perché era stati sovrascritti da quelli di Lei.

Poi scriveva per lei poesie che gliele leggeva al telefono oppure di persona quando erano insieme. Lei pretendeva che delle più belle le trascrivesse in bella calligrafia con caratteri larghi ed armoniosi perché voleva conservarne il ricordo. Il Poeta però ne aveva preservato solo due nel quaderno, cestinando tutte le altre.

Passò l’anno scolastico. Monica partì come il solito per Milano Marittima, dove aveva la casa delle vacanze. Si erano dati appuntamento a settembre al rientro. Purtroppo non fu così.

Lui aveva capito che era finita, ma non si capacitava per quale motivo fosse terminata senza una spiegazione. Il comportamento gli fece male tanto che pianse in silenzio. Poi cominciò a dimenticarla, perché conobbe altre ragazze, che comunque non lasciarono un segno tangibile su di Lui.

Si iscrisse all’Università, ma non era più come prima. I ragazzi del gruppo si erano dispersi e le festicciole erano sempre più rare. Altri amori effimeri, altre sensazioni non appaganti caratterizzarono quegli anni, finché non conobbe Lei.

Tutto cambiò mentre la vita del Poeta prese un’altra piega.

Monica non era nemmeno un ricordo, anche quando apriva il quaderno delle poesie e trovava quelle che aveva scritto per lei.

E tutto fu sommerso dal silenzio, ora c’era solo la luce di Lei.

Il Poeta distese le gambe e terminò di scrivere, era ora che le Muse andassero.

(Altro frammento tratto da "Il Poeta e il Clandestino")

postato da: newwhitebear alle ore 21:59 | Permalink | commenti (6)
categoria:pensieri, racconto, dialogo di fantasia